Verso Portella della Ginestra

Ieri con Santuzza sono stato a Portella della Ginestra. Per arrivarci sono passato per Monreale – luogo che ospita una delle più potenti organizzazioni massoniche della Sicilia -, proprio dove era stato pianificato un attentato a Pietro Grasso, mai attuato. Avevano pensato di imbottire di tritolo un tombino sotto casa del suocero, ma per fortuna il tutto sfumò. (E pensare che gli americani, che pure avevano raso al suolo Palermo, non sfiorano nemmeno di striscio la cattedrale di S.Maria Nova, e che per l’attentato dinamitardo al giudice Grasso, allora procuratore capo del tribunale di Palermo invece poteva succedere). Per arrivare a Portella della Ginestra passo anche per Monreale Altofonte e poi per Piana degli Albanesi.Il percorso è bellissimo, tra le vallate e le montagne a sudest di Palermo. La luce è bella, sono le 19.30 circa e a un certo punto scorgo sulla mia sinistra, in fondo alla vallata, la diga dello Jato, bellissima.

Ecco Portella. A sinistra c’è un gigantesco parcheggio con al centro un anfiteatro. Di fronte vedo il sacrario: delle pietre grandi, conficcate per terrai, sulle pietre ci sono scolpite la motivazione, la lista dei nomi delle vittime uccise nell’agguato. Penso che tutto questo serve ad alzare il livello dello scontro, a far capire alla gente che non può alzare la testa, che non può far valere i propri diritti attraverso una legge, la legge Gullo. (Art.1 Le associazioni dei contadini, regolarmente costituite in cooperative o in altri enti, possono ottenere la concessione di terreni di proprietà privata o di enti pubblici che risultino non coltivati o insufficientemente coltivati in relazione alle loro qualità, alle condizioni agricole del luogo e alle esigenze culturali dell’azienda in relazione con le necessità della produzione agricola nazionale.) Ecco che la paura di una rivoluzione democratica e la lotta per l’autonomia dall’egemonia degli USA creano le basi per la prima strage di stato in Italia. Sicuramente qualcuno pensa che si tema un avvicinamento dell’Italia all’Urss, ma io non credo che questa tesi sia plausibile. I partigiani, quasi tutti, avevano consegnato le armi ai carabinieri alla fine della resistenza al nazifascismo (e a mio parere è lì che abbiamo perso la nostra indipendenza) e tutte le battaglie a quel punto divennero pacifiche, (fino a che lo stato non alzò il livello dello scontro). L’Italia, a mio parere, non poteva mai assomigliare all’Urss, tanto meno alla Cina, perché le lotte dei contadini e degli operai sono sempre state fatte a mani nude, e credo, per esempio, che gli italiani non fossero d’accordo con l’intervento della Russia a Praga nel 1968. Contrari alla presa di posizione del partito comunista italiano, le masse in Italia volevano democrazia, non una dittatura comunista!

Dal parcheggio mi guardo intorno: ci sono pruni ovunque, il sacrario è circondato da un muro in cemento alto fino allo stomaco, dietro c’è una montagna meravigliosa che assomiglia ad un canyon. Entro da un cancello di legno, mi avvicino ai lastroni conficcati nella terra. Ci sono dei francesi che cercano di tradurre quello che c’è scritto. Io respiro, l’aria qui è più pulita che a Palermo, il sole è radente al terreno, è un buon momento per scattare delle foto e quindi lo faccio. Il tempo passa, i francesi sono andati via e io comincio a camminare tra le pietre con la testa bassa, (modo malsano di camminare) e mi accorgo che per terra ci sono migliaia di mozziconi di sigarette, tappi di birra, qualche bottiglia di plastica. Mi passa la voglia di respirare l’aria che c’è lì, penso che Portella è stata infangata da gente che buttando per terra quelle sigarette ha continuato a calpestare e massacrare quei corpi. Penso che ci da noia spegnerla sul muretto e portarla almeno fuori da quel posto, penso che è diventato normale gettare mozziconi di sigaretta per terra, nelle spiagge, nei parchi, come se fosse una cosa naturale, normale, come se nulla ci riguardasse tranne il nostro benessere effimero e momentaneo legato al non ‘sbattersi’ più di tanto. Esco e monto la luce posteriore a Santuzza, che sta facendo buio. Vado verso la fine del parcheggio, dove comincia la campagna, cerco il lato più lontano al sacrario, devo fare pipì. Ci sono, e mentre mi libero vedo che tutti i campi intorno sono protetti da un filo spinato. Lì? Proprio lì? il filo spinato? A me pare tutto una metafora, un triste e solitario check point (per citare Mario A. e Luigi) di bellezza violentata circondata dal delirio del male.

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