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Riccardo Orioles: ‘I siciliani’ dopo la morte di Giuseppe Fava

Nell’ultima parte dell’intervista, Riccarod Orioles ci racconta come è proseguito il suo impegno con ‘I siciliani’ dopo la morte di Giuseppe Fava.

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no muos

Oggi è una di quelle giornate che non se ne scendono proprio, qualcosa che mi tormenta dentro, un senso di sconfitta e di solitudine che non ha paragoni nelle esperienze fatte nella mia vita.
Come tanti ho pensato a cazzeggiare e scopare e fumare cannoni per anni. Giocare a rugby e pensare a crearmi un’oasi di felicità, ma l’oasi era sempre più arida, l’acqua malsana con la quale mi dissetavo era sempre più scarsa, oltre che malata. In tutto questo c’era la fotografia documentaria che mi ha dato la possibilità di fare, crescere, ma mancava qualcosa, forse la capacità di decodificare l’assurdo teatro intorno a me.
Poi è successo che in un giorno tutto è cambiato, da un momento all’altro, mi verrebbe da pensare, ma non è così. Perché in fondo stavo costruendo tutto questo da mesi e anni e cercavo, scavavo con le unghie, con la sofferenza di chi scava convinto che lì c’è il tesoro nascosto e però non lo trova mai. La mia coscienza mi ha sempre messo di fronte a tutte le cazzate e le cattiverie e le codardie che ho fatto nella vita, anche se so di essere troppo rancoroso e autocritico verso me stesso.
In questi ultimi giorni di viaggio mi è sembrato sempre più chiaro che siamo morti, siamo zombie che camminano e che forse moriranno di morte naturale o tumore o chissà per quale altro motivo del cazzo, ma solo anagraficamente, perché in realtà puzziamo già di cadavere putrefatto.
Il nostro futuro non esiste, chi fa un figlio ora, e anche chi ne ha fatti in precedenza, da morto sentirà le maledizioni del figlio che non troverà una via d’uscita nel mondo del lavoro e che magari vivrà schiavo della precarietà e della mancanza di socialità, di una casa, di giustizia, di un luogo sano a livello ambientale e dove dovrà lottare per ottenere i minimi diritti umani. Nel frattempo il genitore nel caso se ne rendesse conto si maledirà da solo per aver sgravato un infelice in un mondo fatto di droga, guerre e potere “mafioso” incontrastabile.

Dunque, veniamo al dunque, il delirio l’ho visto a Niscemi, luogo della costruzione del Muos (Mobile User Objective System). Questo sistema servirà per comandare i DRONI, gli aerei senza pilota. Esseri umani potranno bombardare senza testimoni e senza sentirsi pienamente coinvolti nel male: città, popolazioni, basi militari, basi missilistiche, ospedali, centri d’informazione, scuole e quant’altro serva per mettere in ginocchio i nemici dell’occidente. Una sorta di perfezionamento delle bombe intelligenti, guidate stavolta dai nostri figli. Sì, i nostri figli. Quando ho saputo di questa nuova tecnologia mi sono venuti immediatamente in mente mio padre, classe 1921 e poi mio nipote, classe 1996. Mio padre da bambino giocava col fucile e le pistole (talvolta sostituiti con fantasia da un semplice bastone imbracciato a mò di fucile), nel caso ne avesse avute a quei tempi, parlo del 1930. Aveva nove anni e mi raccontava che il pallone lo facevano con gli stracci o con la carta, e che i bambini all’epoca già si ‘programmavano’ per una possibile guerra e quindi già da piccoli usavano il fucile e la pistola, che sarebbero poi stati gli strumenti della guerra di allora. Attualmente mio nipote gioca con la play station o xbox, che sono gli strumenti di guerra del prossimo futuro, anzi direi già dell’immediato presente tenendo conto che i Droni sono già stati utilizzati in Libia e chissà dove ancora. Ecco, mio nipote si sta preparando alla guerra ancora di più di quanto non si preparò mio padre che una guerra vera l’ha combattuta in nord africa nel 1940 e nel 1945. Certo, perché sarà come giocare alla play station, non si renderà conto di quello che farà, e soprattutto potrà distruggere e radere al suolo senza possibilità di discernimento, senza sentirsi colpevole perché in realtà non vedrà morire sotto i propri occhi una persona come lui, o magari ancora più giovane o peggio ancora in fasce e senza possibilità di difesa. Il rischio sarà minimo, al massimo ci rimettiamo un aereo, il resto lo faranno gli addetti all’informazione, proni al potere e pronti a ricevere i finanziamenti pubblici che spettano loro per vivere da privilegiati e per non informare.

Ecco, sono a Niscemi, in un bel posto dove Enzo, un carissimo ragazzo pieno di dolore e odio, mi presta la sua tenda e il suo materassino.
Mario, un uomo intorno ai 60 anni con una storia potente alle spalle, mi fornisce una coperta. Di Mario e della sua compagna mi sono letteralmente innamorato: è magrissimo, tutto nervi, si vede che ha avuto molta forza in gioventù e attualmente la testa la tiene ben salda, sa cosa significa vivere, gli occhi sono azzurri e pieni di storia, dentro ai suoi occhi ti ci puoi perdere. Fin dal primo momento che ci siamo incontrati ha avuto un affetto immenso per me, come per un figlio vero, cioè con distacco, senza farsi coinvolgere troppo dai sentimenti, perché quelli ti fottono, i sentimenti ti prendono per il culo perché i sentimenti sono muri tra padre e figlio; muri di protezione e campane di vetro in cui il figlio è protetto e poi quando il padre non c’è più? chi lo proteggerà? Allora sarà scaraventato nella realtà e saranno cazzi perché i suoi canini non saranno pronti a mordere, a difendersi, perché quello è stato sempre il compito del padre. O sarà pronto a farseli crescere subito o sarà agnello sacrificale per sempre.
Ritorniamo al campo: la mattina che ci arrivo ci saranno state al massimo 25 persone, dei ‘privati’ gentili e anche loro “no Muos” mettono a disposizione uno spazio della loro terra. Alle 14 si mangia, e dopo la pennica si fa riunione. Io mi presento con la telecamera e subito mi dicono che non posso riprendere. Ma come? Io sono venuto fin qua da voi per stare con voi e non posso riprendere? Mi dico, maledicendomi tra me e me! Ma sto zitto, aspetto la fine della riunione e mi accorgo che quello che dicono non ha alcun valore sovversivo. Però mi incazzo a morte perché Antonio Mazzeo fa un intervento di antropologia rivoluzionaria importante, che valeva solo per quello la pena di essere lì. Quindi chiedo la parola e intervengo. “Io sono venuto qui per stare con voi, per fare le cose con voi, per darvi una mano per quello che mi è possibile. Quindi, senza problemi, ditemi che posso fare perché se poi la cosa non mi interessa faccio le mie due interviste e me ne vado a continuare il mio viaggio, perché le due interviste mi bastano per raccontare la vostra battaglia e non voglio esservi di intralcio. Quindi vi chiedo di lasciarmi riprendere tutto o di dirmi chiaramente di no e quindi darmi la possibilità di andarmene”. A questo punto si apre un dibattito monopolizzato da un avvocato che terrorizza gli altri “no Muos” prevedendo catastrofi immani, adunate sediziose, arresti in massa, associazioni di bande armate o terroristiche. Posso restare però, perché la sera, anzi la notte, ci sarà un’operazione anti americana, anti Muos. Qualcosa di forte, almeno a livello simbolico. Io sono ammesso a riprendere, evitando i volti, tutto quello che succede intorno al territorio americano in Sicilia.

È notte. il concerto è finito, abbiamo cenato, ed ecco che un manipolo di uomini si prepara all’assalto. Andiamo a piedi! no… con le macchine! minchia, andiamo a piedi! noooo con le macchine! Oh, sono 5 km da qui. Insomma un gruppo, i più giovani, va a piedi, e un altro con le macchine.
Arriviamo a destinazione. La rete che ci separa dalle infami antenne è lì. Ci sono una quindicina di torce divise per 30 / 35 persone, pentole, qualche fischietto e le voci. I ragazzi urlano a squarciagola slogan contro la base, anche in inglese per farsi capire bene dagli yankee. Le pentole e i coperchi vibrano forte sulla rete di protezione e sui cartelli che avvertono che quello è territorio militare e americano. Per fortuna ci sono anche i cani dei vicini che ci aiutano con il loro abbaiare e ululare.
La scena secondo me è tenera e apocalittica, una specie di parodia della mitologia greca.
Un manipolo di formiche che vuole attaccare Zeus, altro che i titani. Quelli erano pericolosi per davvero, grandi, cattivi e agguerriti, tanto che il dio supremo deve lanciare loro dei fulmini per fermarli e sconfiggerli. Noi, piano piano, arriviamo a una specie di preingresso della base. Io sono sfinito, devo dire, le gambe mi fanno male, sentendomi più vicino ai giovani ho scelto il percorso a piedi, ma sono sfasciato, veramente!

La si scatena tutto l’odio e la violenza contro la base di controllo degli aerei senza pilota. Le pentole si piegano e si ammaccano attimo dopo attimo mentre percuotono il cancello. Alcuni cartelli vengono divelti e portati via come bottino di saccheggio, tutti sono felici e io continuo a riprendere schiene e piedi, per non creare problemi ai ragazzi, mentre le telecamere della base li riprendono in volto, perché non hanno avuto nemmeno l’attenzione di coprirsi la faccia con un fazzoletto o un passamontagna.
D’un tratto arrivano polizia e carabinieri, un’ auto per ciascuna forza di sicurezza, 4 uomini, senza dire nulla. Il gruppetto comincia ad allontanarsi immediatamente dalla base, in silenzio, poi ricominciano gli slogan cantati in precedenza contro il Muos e gli americani, stavolta in direzione delle forze dell’ordine. Arriviamo alle auto, e poi finalmente al campo, distrutti.
Non finisce così. Fuori dal campo c’è la Digos che chiede i documenti. Alcuni ce li hanno e altri no, comincia un battibecco che sa più di riunione condominiale che di rivolta e conseguente rappresaglia. Finisce tutto a tarallucci e vino con 4 nomi appuntati su un foglio dalla Digos.
Al rientro dall’azione il “terrorizzatore avvocato” comincia a prevedere capi d’imputazione: devastazione, adunanza sediziosa, schiamazzi notturni e chi più ne ha più ne metta. Perfino a me viene un brivido lungo la schiena, magari mi arrestano e mi uccidono per sbaglio cercando di estorcermi una confessione che darei immediatamente perché non credo che potrei sopportare alcun dolore fisico di quelli veri!
Il giorno dopo c’è la riunione di tutti i gruppi “no Muos” siciliani, io so che ci saranno problemi a riprendere, ma vedo un’altra troupe. Ci intimano di non fare riprese; io mi allontano con la camera, faccio solo delle riprese da lontano senza che si sentano le voci ma che si veda che almeno c’è della gente che si confronta, anche se su temi che fanno cadere le braccia: “chi sono io, chi sei tu, io sono “no Muos” e tu non hai ancora formato il comitato”. Io penso tra me e me che però pure chi non lo ha formato è lì, magari arrivato da Messina, magari è partito alle 7 del mattino per essere lì puntuale alla riunione a sostenerti e tu lo tratti così? Io non comprendo molto purtroppo. Nel frattempo, come dicevo prima, faccio delle riprese “anonime” (premetto che c’erano almeno un centinaio di persone) e a un tratto uno mi guarda con faccia cattivissima e mi dice: “mi hai chiesto il permesso di riprendermi? io non voglio essere ripreso” (io dal canto mio non avrei mai interrotto la riunione per chiedergli se potevo riprenderlo), e poi si rolla una canna. C’è sicuramente da dire che il movimento “No Muos” è ancora in fase embrionale, si stanno contando e conoscendo. Però mi viene da pensare che se tu vuoi controllare un consiglio comunale, per esempio, per sapere che fa, che decisioni prende, devi essere pronto a tua volta a farti controllare.
Spengo la macchina, smonto la tenda, sgonfio il materassino, piego la coperta le metto nella busta, consegno il tutto a Mario e Enzo che mi salutano con un affetto immenso, metto in moto la yamaha xt 600 e riparto per Siracusa.

Io credo che il Muos sia una cosa indegna per un paese libero, ma noi non siamo liberi. Scontiamo ancora la sconfitta militare delle truppe alleate, l’alleanza con Hitler, anche se i fascisti ce li hanno lasciati tutti ai loro posti. Scontiamo il fatto che alcuni territori italiani devono essere a uso e consumo degli Stati Uniti d’America. E che la Sicilia è la portaerei americana nel mediterraneo e sul medio oriente. Ecco perché non potremo fare nulla contro il Muos, a meno che tutti i siciliani e tutti gli italiani non andranno a Niscemi a circondare la base militare americana. E questo è quello che dobbiamo fare prima possibile, prima che finiscano i lavori, prima che i Droni andranno in funzione e saranno guidati da mio nipote.

Oggi sono incazzato nero e magari dopodomani mi pentirò amaramente di quello che ho scritto, perché rileggendolo lo troverò distruttivo e senza prospettive di speranza. Un’ultima cosa: mi hanno regalato un libro di Giuseppe Fava, scrittore e giornalista, mente raffinata, sottile e chiarificatrice, bene! Nella mia vita mi hanno parlato di scrittori scomodi, destabilizzanti o di foto che ti fanno saltare dalla comoda poltrona sulla quale sei felicemente seduto. Ecco, mi sono sempre detto che erano solo cazzate, perché nulla mi aveva veramente mai colpito nell’intimo, nulla mi aveva mai seriamente destabilizzato. Questa solitudine dal resto del mondo è finita, io sono stato letteralmente trafitto dagli artigli della sua penna, dei suoi scritti, la sua mano mi ha trafitto la pancia, scavando fra le budella mi ha preso la bocca dello stomaco con due dita e mi ha schiacciato al muro tenendomi lo stomaco, stringendomi e togliendomi il fiato, e guardandomi negli occhi mi ha sussurrato: “pezzo di merda muovi il culo e vedi quello che devi fare!”

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