l’incontro con Amico Dolci. Antimafia Special mette in contatto due realtà sane del territorio

26 luglio 2012. Stamattina sveglia alle 6.50: subito ci affidiamo a un caffè doppio.

Ci avviamo molto presto. Luigi alla guida, Mario A. dietro, io preparo il video del ‘coming soon’ durante il viaggio. Abbiamo appuntamento a Cinisi con Amico Dolci, figlio di Danilo Dolci. Da lì partiamo per Partinico, io vado in macchina con Amico.

Andiamo alla diga di Jato, un’opera colossale non di cemento, ma fatta di terra e grandi pietre, che da la possibilità ai contadini di attingere acqua per tutto l’anno, di non patire più la siccità.

Amico mi dice con orgoglio che l’idea fu di un contadino che cercando di risolvere il problema diceva a Danilo che ci voleva un “bacile” per l’acqua. Questo era ciò che desiderava Danilo, che la soluzione ai problemi quotidiani arrivasse direttamente dalla gente. E soffriva per il fatto che le competenze dei contadini, maturate sull’esperienza di anni di lavoro, non fossero considerate importanti per la crescita della società. Trovarono il modo di non usare il cemento armato e fu una soluzione felicissima. Infatti, quando ci fu il terremoto del Belice, la diga non subì danni. Riuscirono a ottenere il controllo su tutti i lavori così da non macchiarsi con interessi mafiosi. Fu la prima di oltre 30 dighe di questo tipo in Sicilia. Nessun operaio si infortunò, cosa che invece non accade per la costruzione di altre dighe. Amico racconta che ogni giorno andava a vedere i lavori e i camion che scaricavano la terra in continuazione sembrava non scaricassero nulla, tanto fu un’impresa enorme.

Arriviamo alla diga: un lago enorme, bellissimo, in mezzo alla natura. Una quantità di acqua che oltre a dare la possibilità di irrigare i campi, aveva regalato alle anatre un posto dove stare, come fece notare un contadino al ‘maestro poeta ribelle’. Abbiamo tempo a sufficienza per fare foto e riprese video  prima di rimetterci in viaggio. Siamo diretti a Mirto, dove c’è una scuola – fatta in cemento armato, purtroppo, perché fu costruita dopo il terremoto del Belice – che ha le finestre basse, per permettere ai bambini di guardare fuori senza doversi alzare dalla sedia. Ci sono l’orto, uno spazio per gli animali, un anfiteatro costruito un  po’ in alto, sul monte di fianco alla scuola, con una acustica ottima, mi dice Amico. Siamo completamente immersi nelle sue storie, io riesco a vedere quello che racconta.

Con rammarico, mi dice che adesso, ormai, i professori vengono scelti in base a graduatorie, e magari arrivano da paesi che sono distanti 80 km, e quindi, stressati dalla distanza, non vedono l’ora di tornare a casa. Ce ne sono rimasti solo due del gruppo storico che aveva cominciato l’avventura della scuola come la intendeva Danilo Dolci.
A questo punto arriva un’altra notizia forte: la scuola viene costruita in 8/9 mesi, la strada per accedervi – 1500 metri – in ben 19 anni. Mi guarda e con l’amarezza negli occhi dice che la mafia non è solo quella con la lupara.

Andiamo via, direzione Partanna. Durante il viaggio mi parla dello sciopero alla rovescia, della strada dissestata che Danilo insieme a una serie di lavoratori capaci ma disoccupati cerca di sistemare, mi dice di quando i carabinieri bloccano i lavori e arrestano Danilo. Lui non fa resistenza attiva, ma è molto difficile portarlo via, perché non si alza da terra ed è mastodontico. La sua protesta è pacifica.

Poi Amico mi parla dello sciopero della fame, che comincia perché una bambina muore di fame e miseria. Lui decide di protestare nel letto della bambina e che in caso fosse morto ci sarebbero state altre due persone pronte a dare la vita per la causa, fino a che lo stato non avrebbe preso dei provvedimenti. Nel frattempo sono passati 40 minuti e a un certo punto mi dice “vedi qua quante colline verdi e coltivate (mi verrebbe in mente di dire colte)? Ecco, beneficiano ancora dell’effetto dell’acqua della diga, che però adesso avrebbe bisogno di una ristrutturazione.”

Arriviamo a Partanna, cimitero. Siamo in ritardo di 12 minuti, la gente è ancora fuori. Siamo fortunati, anzi no: ci stavano aspettando. Ci sono Nadia Fornari, Michela Buscemi, Pino Maniaci, Salvo Vitale. Dopo vent’anni la commemorazione di Rita Atria torna a Partanna perché un gruppo di giovani fonda qui un presidio dell’associazione Rita Atria. Un piccolo corteo entra nel cimitero, lo attraversa portando uno striscione dedicato alla giovane donna. Arriviamo alla tomba, i familiari non ci hanno messo il nome, ma almeno c’è una foto. Rita non era molto amata in paese, nemmeno dalla madre, perché aveva denunciato tutti:  dagli assassini di suo padre e di suo fratello fino ai dirigenti politici del paese.

Parlano Nadia, Amico, Salvio, poi un coppia di Partanna che viene dall’America, dove vive da oltre 40 anni. Alla fine parla Michela Buscemi con i versi di una sua poesia. Sogna che la mafia è morta, Rita è felice, tutti sono felici e ridono, e nessuno ha più paura di uscire per andare a lavorare. Ma poi si sveglia e realizza che è solo un sogno.

Erano anni che non piangevo. Mentre Michela leggeva i suoi versi mi sono uscite lacrime ‘vere’.

Oggi Antimafia Special ha messo in contatto l’Associazione Rita Atria con il Centro Studi Danilo Dolci. Alla fine della cerimonia Amico si avvia alla macchina e mi fa “incredibile, ci volevi tu da Napoli per farmi fare questa cosa e conoscere questa realtà.”

 

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