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da gela a siracusa

Un’altra tappa da 150 chilometri circa. Stavolta a portarci a destinazione ci pensa la yamaha xt600 che è stata messa a disposizione neanche un paio d’ore dopo l’appello che Mario aveva pubblicato sulla sua bacheca quando era chiaro, ormai, che Santuzza aveva bisogno di altri interventi.

no muos

Oggi è una di quelle giornate che non se ne scendono proprio, qualcosa che mi tormenta dentro, un senso di sconfitta e di solitudine che non ha paragoni nelle esperienze fatte nella mia vita.
Come tanti ho pensato a cazzeggiare e scopare e fumare cannoni per anni. Giocare a rugby e pensare a crearmi un’oasi di felicità, ma l’oasi era sempre più arida, l’acqua malsana con la quale mi dissetavo era sempre più scarsa, oltre che malata. In tutto questo c’era la fotografia documentaria che mi ha dato la possibilità di fare, crescere, ma mancava qualcosa, forse la capacità di decodificare l’assurdo teatro intorno a me.
Poi è successo che in un giorno tutto è cambiato, da un momento all’altro, mi verrebbe da pensare, ma non è così. Perché in fondo stavo costruendo tutto questo da mesi e anni e cercavo, scavavo con le unghie, con la sofferenza di chi scava convinto che lì c’è il tesoro nascosto e però non lo trova mai. La mia coscienza mi ha sempre messo di fronte a tutte le cazzate e le cattiverie e le codardie che ho fatto nella vita, anche se so di essere troppo rancoroso e autocritico verso me stesso.
In questi ultimi giorni di viaggio mi è sembrato sempre più chiaro che siamo morti, siamo zombie che camminano e che forse moriranno di morte naturale o tumore o chissà per quale altro motivo del cazzo, ma solo anagraficamente, perché in realtà puzziamo già di cadavere putrefatto.
Il nostro futuro non esiste, chi fa un figlio ora, e anche chi ne ha fatti in precedenza, da morto sentirà le maledizioni del figlio che non troverà una via d’uscita nel mondo del lavoro e che magari vivrà schiavo della precarietà e della mancanza di socialità, di una casa, di giustizia, di un luogo sano a livello ambientale e dove dovrà lottare per ottenere i minimi diritti umani. Nel frattempo il genitore nel caso se ne rendesse conto si maledirà da solo per aver sgravato un infelice in un mondo fatto di droga, guerre e potere “mafioso” incontrastabile.

Dunque, veniamo al dunque, il delirio l’ho visto a Niscemi, luogo della costruzione del Muos (Mobile User Objective System). Questo sistema servirà per comandare i DRONI, gli aerei senza pilota. Esseri umani potranno bombardare senza testimoni e senza sentirsi pienamente coinvolti nel male: città, popolazioni, basi militari, basi missilistiche, ospedali, centri d’informazione, scuole e quant’altro serva per mettere in ginocchio i nemici dell’occidente. Una sorta di perfezionamento delle bombe intelligenti, guidate stavolta dai nostri figli. Sì, i nostri figli. Quando ho saputo di questa nuova tecnologia mi sono venuti immediatamente in mente mio padre, classe 1921 e poi mio nipote, classe 1996. Mio padre da bambino giocava col fucile e le pistole (talvolta sostituiti con fantasia da un semplice bastone imbracciato a mò di fucile), nel caso ne avesse avute a quei tempi, parlo del 1930. Aveva nove anni e mi raccontava che il pallone lo facevano con gli stracci o con la carta, e che i bambini all’epoca già si ‘programmavano’ per una possibile guerra e quindi già da piccoli usavano il fucile e la pistola, che sarebbero poi stati gli strumenti della guerra di allora. Attualmente mio nipote gioca con la play station o xbox, che sono gli strumenti di guerra del prossimo futuro, anzi direi già dell’immediato presente tenendo conto che i Droni sono già stati utilizzati in Libia e chissà dove ancora. Ecco, mio nipote si sta preparando alla guerra ancora di più di quanto non si preparò mio padre che una guerra vera l’ha combattuta in nord africa nel 1940 e nel 1945. Certo, perché sarà come giocare alla play station, non si renderà conto di quello che farà, e soprattutto potrà distruggere e radere al suolo senza possibilità di discernimento, senza sentirsi colpevole perché in realtà non vedrà morire sotto i propri occhi una persona come lui, o magari ancora più giovane o peggio ancora in fasce e senza possibilità di difesa. Il rischio sarà minimo, al massimo ci rimettiamo un aereo, il resto lo faranno gli addetti all’informazione, proni al potere e pronti a ricevere i finanziamenti pubblici che spettano loro per vivere da privilegiati e per non informare.

Ecco, sono a Niscemi, in un bel posto dove Enzo, un carissimo ragazzo pieno di dolore e odio, mi presta la sua tenda e il suo materassino.
Mario, un uomo intorno ai 60 anni con una storia potente alle spalle, mi fornisce una coperta. Di Mario e della sua compagna mi sono letteralmente innamorato: è magrissimo, tutto nervi, si vede che ha avuto molta forza in gioventù e attualmente la testa la tiene ben salda, sa cosa significa vivere, gli occhi sono azzurri e pieni di storia, dentro ai suoi occhi ti ci puoi perdere. Fin dal primo momento che ci siamo incontrati ha avuto un affetto immenso per me, come per un figlio vero, cioè con distacco, senza farsi coinvolgere troppo dai sentimenti, perché quelli ti fottono, i sentimenti ti prendono per il culo perché i sentimenti sono muri tra padre e figlio; muri di protezione e campane di vetro in cui il figlio è protetto e poi quando il padre non c’è più? chi lo proteggerà? Allora sarà scaraventato nella realtà e saranno cazzi perché i suoi canini non saranno pronti a mordere, a difendersi, perché quello è stato sempre il compito del padre. O sarà pronto a farseli crescere subito o sarà agnello sacrificale per sempre.
Ritorniamo al campo: la mattina che ci arrivo ci saranno state al massimo 25 persone, dei ‘privati’ gentili e anche loro “no Muos” mettono a disposizione uno spazio della loro terra. Alle 14 si mangia, e dopo la pennica si fa riunione. Io mi presento con la telecamera e subito mi dicono che non posso riprendere. Ma come? Io sono venuto fin qua da voi per stare con voi e non posso riprendere? Mi dico, maledicendomi tra me e me! Ma sto zitto, aspetto la fine della riunione e mi accorgo che quello che dicono non ha alcun valore sovversivo. Però mi incazzo a morte perché Antonio Mazzeo fa un intervento di antropologia rivoluzionaria importante, che valeva solo per quello la pena di essere lì. Quindi chiedo la parola e intervengo. “Io sono venuto qui per stare con voi, per fare le cose con voi, per darvi una mano per quello che mi è possibile. Quindi, senza problemi, ditemi che posso fare perché se poi la cosa non mi interessa faccio le mie due interviste e me ne vado a continuare il mio viaggio, perché le due interviste mi bastano per raccontare la vostra battaglia e non voglio esservi di intralcio. Quindi vi chiedo di lasciarmi riprendere tutto o di dirmi chiaramente di no e quindi darmi la possibilità di andarmene”. A questo punto si apre un dibattito monopolizzato da un avvocato che terrorizza gli altri “no Muos” prevedendo catastrofi immani, adunate sediziose, arresti in massa, associazioni di bande armate o terroristiche. Posso restare però, perché la sera, anzi la notte, ci sarà un’operazione anti americana, anti Muos. Qualcosa di forte, almeno a livello simbolico. Io sono ammesso a riprendere, evitando i volti, tutto quello che succede intorno al territorio americano in Sicilia.

È notte. il concerto è finito, abbiamo cenato, ed ecco che un manipolo di uomini si prepara all’assalto. Andiamo a piedi! no… con le macchine! minchia, andiamo a piedi! noooo con le macchine! Oh, sono 5 km da qui. Insomma un gruppo, i più giovani, va a piedi, e un altro con le macchine.
Arriviamo a destinazione. La rete che ci separa dalle infami antenne è lì. Ci sono una quindicina di torce divise per 30 / 35 persone, pentole, qualche fischietto e le voci. I ragazzi urlano a squarciagola slogan contro la base, anche in inglese per farsi capire bene dagli yankee. Le pentole e i coperchi vibrano forte sulla rete di protezione e sui cartelli che avvertono che quello è territorio militare e americano. Per fortuna ci sono anche i cani dei vicini che ci aiutano con il loro abbaiare e ululare.
La scena secondo me è tenera e apocalittica, una specie di parodia della mitologia greca.
Un manipolo di formiche che vuole attaccare Zeus, altro che i titani. Quelli erano pericolosi per davvero, grandi, cattivi e agguerriti, tanto che il dio supremo deve lanciare loro dei fulmini per fermarli e sconfiggerli. Noi, piano piano, arriviamo a una specie di preingresso della base. Io sono sfinito, devo dire, le gambe mi fanno male, sentendomi più vicino ai giovani ho scelto il percorso a piedi, ma sono sfasciato, veramente!

La si scatena tutto l’odio e la violenza contro la base di controllo degli aerei senza pilota. Le pentole si piegano e si ammaccano attimo dopo attimo mentre percuotono il cancello. Alcuni cartelli vengono divelti e portati via come bottino di saccheggio, tutti sono felici e io continuo a riprendere schiene e piedi, per non creare problemi ai ragazzi, mentre le telecamere della base li riprendono in volto, perché non hanno avuto nemmeno l’attenzione di coprirsi la faccia con un fazzoletto o un passamontagna.
D’un tratto arrivano polizia e carabinieri, un’ auto per ciascuna forza di sicurezza, 4 uomini, senza dire nulla. Il gruppetto comincia ad allontanarsi immediatamente dalla base, in silenzio, poi ricominciano gli slogan cantati in precedenza contro il Muos e gli americani, stavolta in direzione delle forze dell’ordine. Arriviamo alle auto, e poi finalmente al campo, distrutti.
Non finisce così. Fuori dal campo c’è la Digos che chiede i documenti. Alcuni ce li hanno e altri no, comincia un battibecco che sa più di riunione condominiale che di rivolta e conseguente rappresaglia. Finisce tutto a tarallucci e vino con 4 nomi appuntati su un foglio dalla Digos.
Al rientro dall’azione il “terrorizzatore avvocato” comincia a prevedere capi d’imputazione: devastazione, adunanza sediziosa, schiamazzi notturni e chi più ne ha più ne metta. Perfino a me viene un brivido lungo la schiena, magari mi arrestano e mi uccidono per sbaglio cercando di estorcermi una confessione che darei immediatamente perché non credo che potrei sopportare alcun dolore fisico di quelli veri!
Il giorno dopo c’è la riunione di tutti i gruppi “no Muos” siciliani, io so che ci saranno problemi a riprendere, ma vedo un’altra troupe. Ci intimano di non fare riprese; io mi allontano con la camera, faccio solo delle riprese da lontano senza che si sentano le voci ma che si veda che almeno c’è della gente che si confronta, anche se su temi che fanno cadere le braccia: “chi sono io, chi sei tu, io sono “no Muos” e tu non hai ancora formato il comitato”. Io penso tra me e me che però pure chi non lo ha formato è lì, magari arrivato da Messina, magari è partito alle 7 del mattino per essere lì puntuale alla riunione a sostenerti e tu lo tratti così? Io non comprendo molto purtroppo. Nel frattempo, come dicevo prima, faccio delle riprese “anonime” (premetto che c’erano almeno un centinaio di persone) e a un tratto uno mi guarda con faccia cattivissima e mi dice: “mi hai chiesto il permesso di riprendermi? io non voglio essere ripreso” (io dal canto mio non avrei mai interrotto la riunione per chiedergli se potevo riprenderlo), e poi si rolla una canna. C’è sicuramente da dire che il movimento “No Muos” è ancora in fase embrionale, si stanno contando e conoscendo. Però mi viene da pensare che se tu vuoi controllare un consiglio comunale, per esempio, per sapere che fa, che decisioni prende, devi essere pronto a tua volta a farti controllare.
Spengo la macchina, smonto la tenda, sgonfio il materassino, piego la coperta le metto nella busta, consegno il tutto a Mario e Enzo che mi salutano con un affetto immenso, metto in moto la yamaha xt 600 e riparto per Siracusa.

Io credo che il Muos sia una cosa indegna per un paese libero, ma noi non siamo liberi. Scontiamo ancora la sconfitta militare delle truppe alleate, l’alleanza con Hitler, anche se i fascisti ce li hanno lasciati tutti ai loro posti. Scontiamo il fatto che alcuni territori italiani devono essere a uso e consumo degli Stati Uniti d’America. E che la Sicilia è la portaerei americana nel mediterraneo e sul medio oriente. Ecco perché non potremo fare nulla contro il Muos, a meno che tutti i siciliani e tutti gli italiani non andranno a Niscemi a circondare la base militare americana. E questo è quello che dobbiamo fare prima possibile, prima che finiscano i lavori, prima che i Droni andranno in funzione e saranno guidati da mio nipote.

Oggi sono incazzato nero e magari dopodomani mi pentirò amaramente di quello che ho scritto, perché rileggendolo lo troverò distruttivo e senza prospettive di speranza. Un’ultima cosa: mi hanno regalato un libro di Giuseppe Fava, scrittore e giornalista, mente raffinata, sottile e chiarificatrice, bene! Nella mia vita mi hanno parlato di scrittori scomodi, destabilizzanti o di foto che ti fanno saltare dalla comoda poltrona sulla quale sei felicemente seduto. Ecco, mi sono sempre detto che erano solo cazzate, perché nulla mi aveva veramente mai colpito nell’intimo, nulla mi aveva mai seriamente destabilizzato. Questa solitudine dal resto del mondo è finita, io sono stato letteralmente trafitto dagli artigli della sua penna, dei suoi scritti, la sua mano mi ha trafitto la pancia, scavando fra le budella mi ha preso la bocca dello stomaco con due dita e mi ha schiacciato al muro tenendomi lo stomaco, stringendomi e togliendomi il fiato, e guardandomi negli occhi mi ha sussurrato: “pezzo di merda muovi il culo e vedi quello che devi fare!”

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Mario e la yamaha XT600, da Siracusa a Niscemi

Lo avete letto la settimana scorsa il modo in cui è cambiato il viaggio di Mario.
Ecco altri 150 chilometri, all’incirca, di fotografie.

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il cambio di mezzo di locomozione, il calo psicofisico e un errore commesso

Santuzza, non ce la fa: durante il viaggio da Cefalù a Milazzo viene meno, accelera da sola.
Il viaggio è devastante, malgrado fossimo partiti molto presto. Quindi facciamo uno stop a acqua dolce da un meccanico, poi riprendiamo il viaggio e finalmente arriviamo a Barcellona Pozzo di Gotto.
Vengo ricompensato con una super cena, mi fanno un’intervista, ma mi aspettano 2 giorni pieni di lavoro, intensissimi. La vespa, nel frattempo, incontra un altro meccanico, che però non risolve il problema. In più mi tocca rifare un’intervista perché nella trasmissione dalla scheda al computer il pezzo non passa completamente. Avanti e indietro con la vespa rotta tra Messina, dove in un secondo momento mi sono trasferito, fino a Villafranca e poi anche Milazzo, dove ho da fare un’intervista improvvisata all’ultimo momento.

Messina è una città che non mi piace. Credo che sia una di quelle città che ti peggiora, almeno questa è l’impressione che mi ha fatto; d’altronde, quando una città ha un procuratore generale imputato di diffamazione pluriaggravata ai danni di Adolfo Parmaliana, significa che la situazione è veramente difficile.
La città, la vespa, i viaggi avanti e indietro, il sole, e un incidente di cui non vi posso raccontare ora, mi procurano un’insolazione che dura 3 giorni e che però non posso permettermi di curare se non nelle pause che mi capita di avere durante le giornate piene, che ormai si fanno sempre più lunghe e intense. L’unico tentativo di rimedio era mettermi in testa, sul collo e sulle tempie delle bottiglie d’acqua ghiacciata recuperate a casa o nelle pizzerie dove andavo a mangiare sotto gli sguardi straniti degli altri clienti e dei camerieri. Il caldo è insopportabile e per tutta la giornata ho la sensazione chiara e precisa che il cervello mi frigge, anche durante le ore più fresche della notte. Un altro problema è la vespa: non mi regge più. I meccanici non hanno avuto la cura e l’attenzione necessaria per farmi affrontare un viaggio come questo. Insomma io, anche se non sono meglio degli altri, non sono un cliente da prendere sotto gamba: devo fare un viaggio lungo e non è proprio un viaggio di piacere, che dove mi fermo mi fermo non mi interessa. Io devo arrivare in molti posti, e la vespa non mi può mollare. Avevo chiamato il meccanico di Palermo spiegandogli che il lavoro era stato fatto male e lui mi aveva chiesto una settimana per venire a recuperare la vespa a Messina; dopo il fallimento del meccanico di Milazzo lo richiamo, nero, e rosso paonazzo in viso, una faina con la bava alla bocca, e lui tranquillamente mi dice: “vengo stasera”.
Arriva. Si carica la vespa, non so come, su una Y10 e se la riporta a Palermo e io, finalmente, il giorno dopo posso lasciare Messina.
Questo succedeva più di una settimana fa.

Il cervello che frigge, le parole che non riesco a dire e che ho sulla punta della lingua, improvvisamente non riesco ad alzarmi dal letto malgrado abbia un appuntamento, la solitudine di tutto questo tempo passato tra lavoro, corse senza pausa, trasformazioni di file, correzioni di video montati o semplicemente visioni per dare l’ok o comunicare piccole modifiche, la trasmissione dei dati, la ricerca di immagini da inserire nelle interviste per dare una faccia a nomi o luoghi nominati dagli intervistati, contatti con le persone da incontrare, ricerca delle persone da incontrare, trovarmi un posto letto, fare e disfare i bagagli, la vespa che non funziona, i viaggi sotto al sole cocente, cercare soluzioni per far moltiplicare il numero di quelli che seguono antimafia special, cose che non mi sarei mai sognato di fare su facebook, visto che non c’era manco un lavoro mio pubblicato fino a che non è iniziata con questo viaggio l’esperienza tra le luci e le ombre dell’antimafia.

31 agosto. C’è un treno che mi porterà a Siracusa da Antonio e Laura, solo che loro non ci stanno: sono in vacanza. Antonio è costretto a tornare per darmi le chiavi della moto, una Yamaha XT600, però quando la prendiamo ci accorgiamo che i fari non ci sono. Cazzo! è venerdì, sono le 17 e quindi corriamo da un meccanico. Il giorno dopo devo andare a Modica al festival del giornalismo organizzato dai giovani giornalisti di “il clandestino”. Alle 19 sarà pronta, ma con le sole luci di posizione… ok, sommessamente!
La casa è bella grande, ma calda: fanno sempre 40 gradi, e i padroni di casa non ci sono.
L’arrivo a Modica è stato tranquillo. Tutti molto carini, un manipolo di bravissimi ragazzi che mettono insieme un festival chiamando nomi eccellenti del giornalismo della carta stampata e televisivo, e mi sembra incredibile che alcuni di loro non chiedano compenso o addirittura partecipino a spese proprie!
È bello trovarsi in situazioni del genere: conosci molte persone, tutte interessanti, e che hanno cose da dire, da insegnarti. Le interviste vanno a gonfie vele, becco tutti e lo spessore di antimafia special cresce, a mio parere. Dormiamo in un casolare stupendo, ho una stanza per me e di fianco c’è una bellissima donna. Ma devo lavorare, niente donne!! È un’altra regola del viaggio da trasgredire solo in caso di subita violenza carnale!

Torno a Siracusa. Un giorno di riposo, ma si fa per dire: scaricare, inviare, cercare foto etc. Poi parto per Catania dove ho in programma degli incontri da fare nei centri sociali e con i collaboratori di “i siciliani” e di “i siciliani giovani” e poi con la squadra di rugby dei briganti di Librino. Dormo a Catania e il giorno dopo è un delirio: 4 interviste, dalle 11 del mattino finisco alle 20.30 di sera, senza sosta a correre da un posto all’altro della città. Per fortuna c’è Maurizio Parisi che mi accompagna, altrimenti avrei fatto delle figuracce per i ritardi accumulati. Invece, fortunatamente, ho accumulato solo 40 minuti ‘mediterranei’ accettabili di ritardo sull’ultima intervista. Questi due giorni sono stati faticosissimi ma bellissimi, perché sono venuto a conoscenza di due storie, in particolare, che mi hanno dato un qualcosa in più, quelle di luciano e di fabio. Poi perché ho respirato un po’ di rugby: per mezz’ora ho allenato un gruppo di ragazzi di under 16 e under 20, impagabile! E per la prima volta ho assaggiato il panino con le polpette di carne di cavallo.

Ieri sera finalmente a casa, a Siracusa, mi sono accorto che in questa fase il viaggio è cambiato. È cambiato il mezzo di locomozione, che ha trasformato e velocizzato il viaggio, ormai giunto quasi al termine – mancano 10 giorni circa -, è cambiato il mio approccio con la Sicilia, il mio modo di ‘vivere’ le tappe del viaggio. Non fotografo più durante i trasferimenti, le strade che percorro sono quasi sempre autostrade, non ho il tempo di fermarmi anche perché la stanchezza ha abbassato il mio livello di attenzione e determinazione, oltre al fatto che vado sempre di fretta. Quando viaggiavo in vespa la lentezza mi costringeva a fermarmi anche contro voglia, perché i luoghi e la velocità media di 25/35 km all’ora mi lasciavano la possibilità di guardarmi intorno, osservare, scattare foto in movimento senza nemmeno fermarmi. E poi dava il tempo ai miei sensi di colpa di agire sulle mie resistenze al lavoro, nate prima di me. Se poi si pensa che a Napoli la parola lavoro si traduce in “fatica” non c’è da aggiungere altro.
Manca al momento il racconto della città di Catania che è stato un incontro fugace, scandito da un interminabile serie di appuntamenti con persone da intervistare.
Un ultimo appunto a me stesso, maledizione a me! Non ho scattato fotografie dei giacigli che mi sono stati offerti durante questo viaggio, un racconto importante visto che ho dormito a terra su materassini o cuscini di divano incastrati tra tavoli di lavoro e muro per non farli aprire, su letti piccoli o grandi, comodi o scomodi, sporchi o puliti, al caldo o al fresco. Un fotografo non dovrebbe farsi scappare un’occasione del genere. Dalla mia, però, ho la giustificazione di essere una specie di “one man band” senza tregua, veramente, non per dire: lavoro 18 ore al giorno, faccio viaggi di 10 ore in vespa e poi, magari, prima di andare a dormire faccio anche un’intervista e invio a Lello qualche video da montare, magari posto video o foto che mi mandano amici che conosco durante il viaggio.

Questa è un esperienza che sta facendo prima di tutto bene a me, un viaggio con tutti i crismi del caso, una fortuna e un’esperienza che dovrebbero fare tutti, soprattutto i miei nipoti. Rompere i condizionamenti del viaggio sicuro, del “e poi dove dormo?” (anche se me lo sono chiesto più volte anche io, ma più per l’attrezzatura che mi porto dietro che per me stesso). Viaggiare in solitudine per scoprirsi, e riscoprirsi a odorare dell’origano selvatico sulle colline delle Madonie, coglierne due rametti e metterli sopra il manubrio della vespa per gustarne il profumo durante il viaggio. Fermarsi ad ascoltare il silenzio tra le montagne, fotografare mucche albine o trovare una serie di cavalli all’ombra e uno di questi ti riconosce e si avvicina lui a me per farsi accarezzare, vedere che l’Italia è bella, rendersene conto, ma anche triste per le ingiustizie, per la quantità di terreno non vissuto dalla gente. Ci raccontano che le città sono, o meglio erano, luoghi dove si poteva trovare lavoro, luoghi con ricchezza sociale e culturale, e invece mi rendo conto che l’unica rivoluzione che possiamo fare, a mio parere, è avere una terra, produrre il necessario per la propria comunità familiare per uscire dalle dinamiche di mercato, mangiare pomodori del proprio orto piuttosto che quelli che vengo dal Cile, per esempio, o l’uva che viene da chissà dove. Reinventarsi attività di scambio con i vicini, fermarsi a parlare con uno sconosciuto che incuriosisce, piuttosto che correre dietro a un desiderio di ricchezza inarrivabile e corrotto. Far arrampicare i propri figli su un albero piuttosto che incollarli ai videogiochi per tenerli tranquilli. Non lo so se è giusto, ma se mi guardo intorno mi pare di sì.

Nel frattempo il meccanico non lo chiamo, perché ho paura di farmi dire cosa altro c’è che non va con la vespa. Adesso la mia accompagnatrice è la Yamaha XT600. Cambiano i protagonisti del viaggio, cambia il viaggio stesso, senza possibilità di recuperare ciò che era prima. Mi verrebbe da chiamare il nuovo motoveicolo Margot, come la fidanzata di Lupin III, solo perché è giapponese, ma mi pare che non le calzi bene.

corleone on tour. davide paternostro e il ricordo di placido rizzotto

vi voglio leggere di quella sera del 10 marzo del ’48

Davide Patrenostro ci accompagna per le strade della sua Corleone e ci legge di quella sera, dell’omicidio di Placido Rizzotto, il sindacalista ucciso dalla mafia il cui funerale, con gli onori di Stato, è stato celebrato 64 anni dopo la sua morte.

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l’oleificio di Villa Margi

 

Durante il trasferimento a Cefalù, Mario si imbatte in un edificio di archeologia industriale, un oleificio dismesso. Si ferma, smonta da Santuzza, e fotografa. Scopriamo adesso che l’oleificio di Villa Margi è stato il set di un film nel 2010 tratto dall’atto unico ’19 luglio 1992′ scritto da Cetta Brancato all’indomani della strage di via d’Amelio. Il film è ‘Con gli occhi di un altro’ e qui potete trovare tutte le informazioni. Tutto quadra.
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da cefalù a milazzo. Mario e Santuzza on the road

Prosegue il viaggio di Mario e Santuzza in Sicilia. Altri 170 chilometri per arrivare da Cefalù a Milazzo e altri bellissimi scorci di questa terra calda.

 

 

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da Corleone a Polizzi Generosa, e poi fino a Cefalù

 

Eccovi le immagini del mio viaggio da Corleone a Polizzi Generosa, e poi ancora fino a Cefalù, oltre 150 chilometri in vespa. Un lungo viaggio costellato di meravigliose viste siciliane e da una domanda che mi ha accompagnato: “queste terre, saranno di proprietà della mafia?”. Continue reading

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Antimafia Special alla manifestazione contro la chiusura del Tribunale di Sciacca

Il 6 agosto è l’ultima occasione che la popolazione locale ha di far giungere l’urlo di protesta per la decisione del governo di sopprimere il Tribunale di Sciacca, nonostante sia il terzo in Italia che più risparmia sulle spese di gestione e si trovi in una delle province più mafiose del nostro Paese.

Chiediamo ai manifestanti quanto serva farsi fotografare con dei cartelloni con la scritta ‘NO’. Ci rispondono i ragazzi: ‘sono i giovani che lo chiedono. Se un messaggio del genere arriva proprio dai ragazzi dovrebbe essere credibile’.

 

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Santuzza: operazione a cuore aperto

Dopo l’ultima fatica Santuzza arriva nell’officina di Giuseppe pronta per la sua operazione a cuore aperto.
Un pit stop prima di riprendere il viaggio di Antimafia Special con Mario.

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